Da Black Jezus | #dischifreschi.

martedì, 14 Novembre 2017 | #dischifreschi, Blog | di

Da Black Jezus nasce a Troina (Enna) nel dicembre 2012, da Luca Impellizzeri (testi, voce e chitarre) e Ivano Amata (chitarre, synth, xilofono e drum machine), con l’esigenza di miscelare cantautorato folk-blues a sonorità black e trip hop.
Il loro esordio discografico, “They Can’t Cage The Light, è un disco freschissimo, uscito ieri per Weapons Of Love.

“They Can’t Cage The Light” è un album nel quale si sviluppa un concept di redenzione e di rinascita, che racconta la resilienza dell’uomo di fronte alla luce, attraverso una costante dialettica dicotomica di opposti: l’arcaico spiritual e l’odierno synth, la legnosa chitarra folk e la ruvida batteria trap.
Il buio e la luce.

L’album si apre con la titletrack, una traccia spiritual che funge da intro alla tematica portante dell’album: la resilienza della luce oltre il buio.
Trasportati dalle affascinanti sonorità black e dalla particolare voce di Luca, giungiamo a “Ways” un brano in cui la chitarra roots blues si mischia agli arpeggi di synth bass, dando vita al momento più scuro del disco.

“You Made The Rules” è la terza traccia dell’album, un brano potente che ci trascina in un miscuglio di sonorità psych, folk, trap e apre le porte a “Dry”, il primo singolo estratto dall’album.
Dry, prodotto da John Lui (Aretuska), si presenta come un crepuscolo electro-pop, in cui la voce di Luca, intensa ed affascinante, da il meglio di se, amplificata da una punteggiatura elettronica cupa e potente, in uno dei momenti migliori del disco.

Il trip hop di “Don’t Mean A Thing” apre la seconda parte del nostro viaggio onirico, che con “Emptiness Is You” brano strutturato da una potente linea di basso e robusti fraseggi chitarristici, comincia a far intravedere qualcosa di più chiaro nel mondo scuro e impenetrabile che il gruppo di Enna ha finora abilmente dipinto.
Il cambiamento si consolida in “Like Holy Water” tipica ballata di Harperiana memoria, in un ricambio d’aria fatto di sola voce e chitarra acustica.

La parte conclusiva dell’album si apre con “A Matter Of Time”: un brano di matrice tipicamente Black, ispirato al vissuto di Martin Luther King Jr, in un dolce carillon che racconta di speranza e di come il tempo sia gentile con i buoni e impietoso coi bugiardi.
Il brano conclusivo “Sometimes” è invece un crescendo di sonorità elettroniche:
Un rhodes sporco ma onesto, un drumming obliquo ed avvolgente con chitarre slide in risposta in mezzo al quale un eloquente falsetto gospel si fa strada e da vita al gran finale: è finalmente arrivata la luce.

L’aspetto grafico dell’album è stato curato da Alessandro Liccardi (Ph), Francesco Toscano (Design) e Igor Castellano (Make-up Effects).
La foto in copertina rappresenta il dualismo insito del disco:
Nonostante il dolore, rappresentato dai colpi allo stomaco, da Black Jezus viene in pace:
L’uomo raffigurato ha infatti affrontato una guerra, è ferito ma non perde la speranza e resta in piedi, continuando il suo viaggio verso la luce.
Il mazzo di rose tenuto in mano dall’uomo, in netta contrapposizione con lo sfondo arido e desolato, rappresenta la ricerca di pace (interiore o esteriore) e la voglia di non arrendersi mai.
L’uomo senza volto è Luca, ma in realtà siamo tutti noi.

Per il front del disco la scelta è stata quella di inquadrare la foto dentro un ampio frame bianco al fine di enfatizzare lo scatto e quindi il suo significato.
Il tutto è volto alla ricerca di un minimalismo teso a dare importanza a ciò che veramente conta, che si tratti di grafica, di musica o di qualsiasi altra cosa.
Il layout dei testi tiene conto di una griglia che sembra non esserci:
I testi infatti non sembrano allineati, come a volersi svincolare da uno schema scontato e preimpostato.
In realtà una griglia d’allineamento esiste, e mantiene il tutto in equilibrio.
Il font scelto per i titoli delle tracce è il Baskerville: un font elegante, caratterizzato da un forte contrasto tra tratti sottili e tratti spessi, che si pone a cavallo tra uno stile autentico e moderno, in linea quindi con l’eleganza, l’equilibrio e i contrasti delle sonorità e delle tematiche trattate da Da Black Jezus.

 

They can’t cage the light è un disco profondo ed affascinante, un viaggio interiore nei meandri delle nostre più cupe paure, ambizioni e speranze perché, usando le parole di Luca,
“la musica non è svago, o passatempo, la musica è urgenza.
La musica è una faccenda seria.”

Link all’ascolto: Spotify, Youtube.