DANIMARCA v. PERÙ | dischirotti. WORLD CUP

sabato, 14 Aprile 2018 | Blog | di

Sono passati esattamente 14 anni ed un giorno dal 15 Giugno 2004. Non avevo compiuto ancora 12 anni ed era un pomeriggio caldo di cui principalmente ricordo solo la noia. Mi aspettavo di vedere una delle nazionali più forti degli ultimi anni massacrare una modesta Danimarca ed invece un pallosissimo 0 a 0, visto nel salotto di casa, in completa solitudine, con il divano che ti si appicca alla pelle.

Oltre il ricordo del sentimento d’apatia dilatato ho solo questo flash di Venditti che sputa a Trentemøller, vero punto di svolta di quell’europeo ed unico momento, oltre il famoso biscotto dell’ultima partita dei gironi, a sopravvivere agli anni.

Ora, non fa ridere che la prima partita che mi ascolto della Danimarca, a quattordici anni dallo sputo, è proprio contro il Perù? Non ci vedete un simbolismo fortissimo? Cioè, solo io ero in fissa per le Follie dell’Imperatore da bambino? Cioè, dove era ambientato il cartone? Cioè, il protagonista in cosa veniva trasformato? Cioè, i lama per cosa sono famosi?

Per questioni d’iconografia decido di guardarmi la partita da solo sul divano di casa, con addosso il vestito da Kuzco cucitomi da mia nonna per la festa di Halloween del 2008 (chi a sedici anni va a feste a tema Disney ha qualcosa di enorme da nascondere).

A bordocampo Federico Russo illustra le due formazioni che si presentano nella prima partita del girone con uno speculare 5-3-2. Si prospetta proprio un tardo pomeriggio di sbadigli e fuochi d’artificio.

La Danimarca quest’oggi è sicuramente la squadra favorita per la vittoria, seppur, probabilmente, non andrà troppo avanti nel mondiale: il reparto difensivo, vero traino della squadra, è guidato dal portiere Kasper Bjørke che si distingue dai 5 appena avanti per la maggior vocazione indie e vagamente sperimentale, ponendosi in lieve contrasto con il pop elettronico della linea difensiva (Under Byen, CHINAH, Smerz, Phlake e Liss). In campo sono molto piacevoli da ascoltare, nulla che faccia sobbalzare dalla sedia ma un discreto sottofondo mentre la pelle ed il divano cominciano a saldarsi.

Il centrocampo invece è in netto contrasto sia con la difesa sia con le due punte danesi: parliamo infatti di Iceage, Marching Church e Communions che portano in campo il classico ruock, con derive anni ’70 che piace solo a quelli che hanno 25 anni ma vorrebbero averne 58. Non è che suona male ma suona vecchio e scontato. Tipo quegli studenti di lettere che si mettono la coppola. Ancora, piacevole ma nulla più che un sottofondo.

A chiudere l’undici di Copenaghen due rappresentanti della scena hip-hop, che duettano nell’area di rigore peruviana proponendo due vie opposte per esprimere lo stesso concetto; si passa dalle tinte tenui e sfilacciate, un po’ conscious rap, di Felix De Luca, alla cassa dritta e piena di Suspekt.

In una formazione così piacevole ed innocua, i due attaccanti mi lasciano l’idea, districandosi tra liriche veloci e basi ingombranti, di essere gli unici effettivamente in grado di far male all’avversario.

Il Perù poggia su un contrasto apparentemente poco netto ma storicamente molto forte: chitarrine e chitarroni, la Civil War della musica indie dell’ultimo ventennio. Mentre la foltissima difesa a cinque è completamente amministrata da artisti indie-rock devoti agli arpeggini ariosi e sognanti (Juan Gris, Dan Dan Dero, Lluvia Trip, Luis Guzmán, Crik Faluzi), al centro del campo troviamo sterzate e distorsioni lisergiche, chitarre che sbattono ed impennano con Los Outsaiders, TOURISTA ed Hipnoascensión.

Ancora più netto il contrasto tra le due frange estreme del campo;  se la porta è affidata all’unico rappresentate della scena elettronica peruviana ovvero Laikamorí, l’attacco è dominato dai classici ritmi afosi e profondamente riconoscibili del Sud America (Los Chapillacs, Bareto).

Ovviamente vince la Danimarca di misura, 1 a 0, ma negli occhi ci leggi tutta la paura di chi ha appena preso un 8 in Storia ma il giorno dopo ha la versione di Greco e  ti viene voglia di abbracciarli ma sei appiccicato al divano. Poi giro lo sguardo e vedo un altro ricordo dell’infanzia, quella terribile autobiografia di Venditti che avevo comprato pensando fosse un altro libro con le sue barzellette. Rileggo il titolo e lo trovo profetico:

je faccio er cucchiaio.

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