Futura 1993 x dischirotti. | Ghemon si racconta: cambiare pelle non è facile

mercoledì, 11 Luglio 2018 | Blog, Intervista | di

Wow Music Festival si è rivelato un evento pieno di soprese: il tempio Voltiano e il lago di Como hanno fatto da sfondo a tanti live appassionati, regalando un’atmosfera magica a tutto. Talmente magica che non volevamo più andare via e l’ultimo giorno siamo rimaste a guardare l’alba sulla riva, un po’ malinconiche.

Ghemon era uno degli headliner della line up del festival: prima di salire sul palco sembrava molto distante, concentrato, fuori dal mondo. Se ne stava seduto sul divano, le cuffie nelle orecchie, lievi movimenti delle dita seguivano un ritmo muto. Un artista con una storia incredibile alle spalle e una grande voglia di raccontarsi al mondo: prima con il suo ultimo disco, “Mezzanotte”, poi con un’autobiografia, “Io sono. Diario anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle.” E la pelle l’ha cambiata davvero, portando in scena un live completamente nuovo, assurdamente soul.

Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Prima del live qui a Wow Music Festival, mi sei sembrato molto concentrato: cosa ascoltavi nelle cuffiette?
Hai visto bene. Stavo ascoltando il disco di Drake e giocando ossessivamente con un’app di anagrammi. Diciamo che devo costringere la mia mente a non andare oltre l’imponderabile, devo stare in silenzio e incanalare l’energia prima di farla esplodere sul palco, ma ho comunque bisogno di un sottofondo che mi carichi.

Hai dei rituali particolari che segui prima di salire sul palco? O dei portafotuna?
Diciamo che tengo un discorso con la band e i tecnici, come se fossimo una squadra di pallacanestro prima di un match. Poi mi prendo un minuto per me. Il resto è segreto!

A Wow Festival tra l’altro erano presenti anche i tuoi genitori: cosa si prova ad esibirsi davanti a loro? Hanno condiviso con te le soddisfazioni e le difficoltà del tuo percorso?
Adesso come adesso, mi fa solo piacere che vedano come sto lavorando. Non tutte le serate sono gremite come quella di Como, ma so che possono andare oltre. Anni fa gli vietavo completamente di venirmi a vedere, oggi che si mescolano nella folla, non è più un problema. Mettersi così a nudo sul palco come faccio non è semplice davanti ad “amici estranei” come il pubblico, figuriamoci davanti a una mamma e un papà.

Ho letto che il progetto di “Mezzanotte” ha avuto una gestazione lunga, fatta di lavori minuziosi, ripensamenti e riscritture, come hai documentato tu stesso attraverso i social: cosa (o chi) ha ispirato maggiormente questo tuo ultimo lavoro?
Sinceramente, la mia vita. Il sudore, il sangue, il sesso, le medicine, le risate, le lacrime, le battute, la rabbia, il sonno, la musica. Qualsiasi sia stata la forma d’arte che mi ha suggerito delle idee, è stata parziale, sporca, rotta. “L’anima si riconosce dalla voce”, è la frase che più rappresenta il disco. Ho cambiato modo di cantare, finalmente urlo.

Se questo disco fosse un colore, quale sarebbe?
Nero.

A proposito di social: che rapporto hai con questi?
Al momento non lo so. È una forma di aggiornamento per gli altri e una forma di rassicurazione per noi stessi. Ogni cuoricino è una pacca sulla spalla virtuale. A volte sono divertenti, a volte vorrei semplicemente non curarmene più.

A Sanremo hai duettato con Diodato e Roy Paci: come hai vissuto l’esperienza televisiva? Lo rifaresti?
È stata una bellissima esperienza e la rifarei, certamente. L’ho vissuta con due amici che stimo, mi è stato lasciato lo spazio utile per fare me stesso. Ero ospite e tifoso, ma non in gara, quindi avevo meno pressione. E’ perciò che mi sono sentito sinceramente leggero, motivato ma affatto spaventato. Al momento non mi spaventa proprio nulla, se non qualcosa che smentisca categoricamente tutto quello che ho costruito. Non è accaduto e non accadrà, perché provo a padroneggiare la mia arte e a non abbattermi laddove sbaglio.

Con chi ti piacerebbe collaborare in Italia e, magari, all’estero?
Più che con i cantanti, mi piacerebbe lavorare con musicisti e produttori stranieri. Non mi interessa essere validato facendo un pezzo con Kendrick Lamar o con Jovanotti, non è quello che mi qualifica, non ci credo più nel featuring con i nomi altisonanti. Penso a canzoni basate sulla stima e sullo scambio. Solo se avessi il tempo di stare con un altro artista, di scambiarci delle visioni, lo farei. Quanto ai produttori e ai musicisti, lavorare con un Mark Ronson, piuttosto che scrivere un pezzo dove la chitarra la suona John Mayer e la batteria la fa Questlove dei The Roots, beh, quello sarebbe un bel viaggio.

Hai una storia di depressione che, coraggiosamente credo, non hai mai nascosto. Essendo tu seguito e ascoltato anche da una fetta di pubblico molto giovane, che consiglio daresti ai ragazzi che oggi si trovano a combattere contro la depressione?
A stare informati, prima di tutto. A non agire per convinzioni proprie, di famiglia o dei propri amici. A consultare psicologi e in caso la psichiatria. A condividere per non rimanere soli. La depressione porta alla chiusura e alla solitudine e solo il dialogo (anche quando sembra inutile) permette di vedere le cose in altro modo.

Ti sei esposto moltissimo anche attraverso il libro uscito poco dopo il tuo disco: cosa ti ha portato alla stesura di una vera e propria autobiografia?
A mettere un altro mattoncino. La mia vita è fatta così, pezzo dopo pezzo, poco alla volta. Però è un palazzo molto solido.

Quanto è difficile cambiare pelle?
Qualsiasi trasformazione ha una parte di dolore intermedia, ma è necessaria.

Consigliaci un pezzo da mandare in radio!
“Criminale Emozionale”, di un bravo cantante che si chiama Ghemon. A parte gli scherzi, è una canzone in cui credo molto e penso sia perfetta per la radio.

 

di Giorgia Salerno

 

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