Aurora: canzoni tristi per essere felici

sabato, 19 Gennaio 2019 | Blog, Concerti | di

di Ivo Pomponi

Dal mio punto di vista il concerto di Aurora è stato storico: per la prima volta ho raggiunto il Magnolia con i mezzi e, al contrario del solito, sono arrivato anche un quarto d’ora prima dell’inizio dell’opening act. Mentre mi dirigevo verso l’ingresso, imprecando contro me stesso per essere arrivato così presto e immaginando che non ci fosse ancora nessuno, con mia grande sorpresa ho invece notato fila addirittura all’ingresso del parco. Stavano facendo entrare a gruppi di due per evitare una coda ingestibile alle casse.
Proprio nel momento in cui ho varcato la porta del Magnolia, i Talos hanno iniziato a suonare. Mi sono lasciato trasportare dalla musica fino a posizionarmi molto defilato sulla sinistra ma in seconda fila, così da beneficiare del piccolo rialzo dato dalla transenna che, per uno della mia altezza, può fare la differenza tra il vedere il concerto e vedere solo teste (supponendo che le persone davanti si poggino sulla transenna, non siano alte più di 190 centimetri e non abbiamo un’acconciatura enorme).
Non conoscevo la band di apertura, gruppo irlandese che non mi ha sorpreso particolarmente ma che ha comunque fatto il suo lavoro, riscaldando la folla per una buona mezz’ora e suonando la chitarra con l’archetto di un violino, provocandomi un flashback dei Sigur Rós.
Ho parlato di folla, e con buone ragioni. Sono stato a molti concerti al Magnolia ma non avevo mai visto il tendone già pieno più di mezz’ora prima dell’inizio del concerto dell’headliner.
Nel frattempo, durante la pausa tra le band, una piccola sorpresa: una bambina di 11 anni al suo primo concerto si fa spazio fino alle prime file con il padre e decidiamo di lasciarle un posticino in transenna (ho anche un po’ egoisticamente sostenuto la mozione in quanto si è posizionata davanti a me sgombrandomi la vista). Ero comunque molto contento per lei, 11 anni al primo concerto a vedere Aurora: ci sono stati inizi peggiori. Ho conosciuto anche un ragazzo norvegese, in Italia come studente, al suo primo concerto di Aurora. Mi ha raccontato che in Norvegia è molto difficile riuscire a comprare biglietti perché vanno subito sold out e i concerti sono in location molto piccole e suggestive come, per esempio, chiese.
Finalmente si spengono le luci e iniziano a salire sul palco i membri della band: un chitarrista, un batterista, un tastierista e una tastierista/corista. Arriva Aurora con delle scarpe rosa, dei pantaloni da Aladdin e un crop top a maniche lunghe.


Breve parentesi di saluti e poi si parte subito con Churchyard e Under Star per riscaldare il pubblico. È nella pausa successiva a queste due canzoni che la cantante norvegese inizia ad interagire con gli spettatori, raccontando di trovarsi alla sua prima esperienza in tour in Italia (era già stata qui per un solo concerto quest’estate all’Ypsigrock) e della paura di non trovare pubblico. Quando parla, quando balla, quanto canta, Aurora diffonde un’allegria pazzesca e lo fa con gli occhi pieni di gioia di una ragazza che ama il suo lavoro e il suo pubblico. Si riparte con il concerto, via con Gentle Earthquakes, All is soft inside e Warrior durante le quali si toglierà le scarpe e inizierà finalmente a danzare con allegria ed eleganza, anche in compagnia di una falena, diventata per un po’ spettatrice non pagante del concerto (“did you see the flying thing? We danced together. I hope I didn’t kill her. I don’t see any corpse so I guess she is okay”).
La parte più bella del concerto, nonostante la sua voce e la band di altissimo livello, sono le pause di interazione tra lei e il pubblico. Si mostra come una persona genuina, particolare, inizia discorsi e si perde in digressioni lunghissime allontanandosi dal punto principale, ma soprattutto è senza filtri e istinto di conservazione (dirà “I finally showered, during the tour I don’t shower very often but today I smell fine. Some days I smell like waffles, some days like fried onions”, per poi fermarsi e concludere con “oooh, I regret so many things I say”). Tutto questo la rende più adorabile agli occhi del pubblico (come se non bastassero già la voce e le movenze), ma soprattutto fa pensare che tutto sommato la vorresti anche come amica.

Tornando alla scaletta si prosegue con Murder Song, eseguita solo con l’accompagnamento della corista Silja e del chitarrista Fredrik, Runaway e Under The Water, prima di fermarsi per raccogliere i vari regali e lettere lanciate sul palco dai fan. Il pezzo successivo è un inedito, si chiama In bottles ed è, come da lei descritto, una “sad song” (cosa che dirà molto spesso e per molti pezzi). Ci tiene a specificare che la canzone non è basata su una sua esperienza, “because the lady of the story is a psycopath”. Si continua poi con una serie di pezzi sia del primo che dell’ultimo album – HomeForgotten Love Queendom – accompagnati dalla sua danza e dalle conversazioni con il pubblico, fino ad arrivare all’“ultima canzone” Running with the wolves, dopo la quale Aurora scompare in backstage. Ma le sorprese non finiscono qui: torna infatti (inaspettatamente, direte voi) sul palco esordendo con “è imbarazzante dire ‘questo è l’ultimo pezzo’ quando sappiamo tutti che non è così, andare via, dire ciao addio vado per sempre e poi stare in backstage ad aspettare”, concetto su cui gli artisti hanno sempre taciuto ma che a mio avviso è condiviso da gran parte del pubblico di ogni concerto.
Concluderà la serata con Through the eyes of a child, ringraziando tutti per la presenza e per l’affetto dimostrato (“my face muscles hurt, you made me smile too much”), per poi andare via sulle note del Main Theme di Star Wars e utilizzando l’asta del microfono come una spada laser.
Il pregio principale del concerto, e di Aurora in generale, è che per quanto lei possa sostenere (con le giuste motivazioni) di cantare canzoni tristi non si può non uscire dal Magnolia allegri e spensierati come non si era nemmeno da bambini. Sentire Aurora cantare e vederla ballare è un piacere per le orecchie, gli occhi e il cuore.