Da bambino temevo il mare: intervista ai Mòn

mercoledì, 13 Febbraio 2019 | Blog, Intervista | di

Entro al Locomotiv mentre i Mòn stanno ultimando il soundcheck. Li ho visti per la prima volta dal vivo sul terrazzo del Lanificio 159 a Roma, settembre 2017, una delle date del lungo tour di “Zama”, e lì me ne sono innamorato.

Mi ritrovo spesso a stretto contatto con band e artisti ma, per qualche motivo, sento di essere emozionato, e so che anche loro lo sono. È la loro prima data qui, oltre ad essere la prima data del tour di “Guadalupe”, il loro nuovo album uscito il 25 gennaio scorso.

Li raggiungo nel backstage, ci presentiamo, mi offrono una birra e faccio partire il registratore. Dopo una movimentata introduzione riusciamo a partire e capisco subito che quella non sarebbe stata un’intervista come le altre. Ho cercato di trascriverla in modo naturale, vivace e informale per trasmettere il più possibile quello che effettivamente è stato.

I Mòn nascono in un box sotterraneo di Roma nel 2014 e sono Rocco, Carlotta, Michele, Stefano e Dimitri e questa è l’intervista più figa che abbia mai fatto. (N.B. L’essere una band molto affiatata mi ha aiutato molto nel cogliere una singola risposta per tutti, quelle qui presenti sono infatti uniche, il più delle volte date da Carlotta o da Stefano, ma in realtà sono spesso l’unione delle risposte di tutti, di dibattiti, interventi, battute e flussi di coscienza. Ho provato a differenziarle in qualche modo ma lascio a voi il divertimento del capire chi sta parlando).

  1. Avete più volte detto come la parola Mòn non abbia un significato specifico, in quanto vuol dire tantissime cose e che proprio per questo l’avete scelta, perché non si sa quale significato darle, l’avete pulita dai vari significati. Le parole sono importanti, come direbbe qualcuno: come vi rapportate al vostro nome non avendo un significato vero e proprio?
  • Lo scopo era proprio quello di avere qualcosa da riempire con soltanto noi, ci piaceva che potesse essere in potenza anche molte altre cose, proprio perché quando una cosa è tante cose poi alla fine non è quasi nulla, quindi appena ne sottolinei una in particolare te ne appropri un po’. Noi facciamo molto caso alle parole, molte volte ci lasciamo guidare dal caso, come nei titoli ma anche per i nomi dei dischi per esempio. Di solito per i titoli facciamo così, per le parole dei testi facciamo un lavoro più di ricerca.
  1. Però da Mòn fate derivare il termine monade, che utilizzate per chiamare i vostri fan. Io ho cercato questo termine perché lo avevo già sentito da qualche parte: si parla di elemento primo dell’universo, unità indivisibile, singolarità, del dio spirituale contrapposto al demiurgo materiale, cose metafisiche quasi, che non sentivo dal liceo. È molto figo questo termine, anche poi considerando il rapporto coi fan.
  • Anche noi ci chiamiamo monadi, lo siamo tutti. Sì è proprio metafisico, è una cosa partita da Michele. Nel momento in cui abbiamo utilizzato la parola monade ci abbiamo ragionato su, ma col tempo abbiamo iniziato a sentirla più per quello che è per noi, nasce con un senso, un’idea, poi abbiamo iniziato a riempirla del nostro significato. Ci appropriamo di alcune cose sì, siamo un po’ dei ladri di parole. Però monini era brutto, o monaci. Comunque sì, inizialmente ci siamo rifatti a Leibniz. Poi il fatto che sia il nome sia di noi che suoniamo che di chi ci segue rende già l’idea che dobbiamo coesistere per forza per avere un senso. Per noi i concerti che hanno una buona riuscita, a prescindere dalla quantità di gente che c’è sotto al palco, è proprio la dimensione che si crea, quel dare-avere costante. Ci sono stati concerti anche pieni di gente dove sentivi un distacco e scendi dal palco stranito, pensi “ma ho sbagliato qualcosa, ma sono io il problema?”, poi invece ci sono i concerti emotivi, che magari ci sono poche persone ma sembrano cinquecento.
  1. Venendo agli album: ho notato un legame tra il vostro primo disco “Zama” e “Guadalupe”. In “Zama” si percepisce un’atmosfera di paura, vuoto e abbandono, quasi rassegnata, mentre in “Guadalupe” troviamo un percorso che prova a risollevarsi, un senso di speranza, di attesa, ché anche quando ciò che attendi non arriva, già solo l’attendere è una cosa positiva. Una specie di rivalsa rispetto al primo disco, una visione più ottimistica. Siete d’accordo?
  • Sì diciamo che ci hai preso, nel senso che effettivamente “Guadalupe” è meno rassegnato e cerca di riappropriarsi di quel senso che magari viene descritto in maniera un po’ apatica in “Zama”. C’è un tentativo più attivo, rispetto a questa cosa, di riprendersela e viverla in un altro modo. È anche coerente col periodo nella quale son stati scritti i due album, il fatto è che il primo è stato scritto dopo la fine di un altro progetto dove eravamo coinvolti quasi tutti noi, c’è quindi un senso un po’ di smarrimento, nel senso che vieni da un progetto solido che poi ti lascia a brancolare nel vuoto. Il primo disco era anche un salto nel buio, era un tentativo di gettare delle basi un po’ più fredde, più descrittive, di alcune situazioni che magari in “Guadalupe” ora hai vissuto. Comunque è il secondo, dalle cose descritte ci si è passati più attraverso.
  1. Ho letto da qualche parte che l’immagine principale voluta per “Guadalupe” è quella delle fiamme che, bruciando la foresta, portano gli animali, il lupo in particolare, a correre verso posti che non avrebbero visto o raggiunto se non avessero avuto questo pericolo dietro. Avete avuto un fuoco che vi ha spinti a vedere cose che non avreste visto altrimenti?
  • Dove l’hai letto? (Risate ndr) Sisi, avoglia. Qualunque cosa è un fuoco, esperienze personali ma anche musicali. Quando cambiano le cose sei comunque costretto ad andare avanti perché le cose vadano avanti, quindi devi cambiare, e in più il fatto che cambiano significa che per forza sono cose nuove… è un macello.
  1. In “Guadalupe” c’è un brano, “When i was a child i was afraid of the sea”: in questa canzone sembra quasi che il voi di quest’album stia parlando al voi del primo album? È così?
  • Bella cavolo, e chi ci aveva pensato (risate ndr), può darsi. Sì perché no. La cosa quadra. Saresti perfetto per il nostro gioco dei testi vaghi. Ci sta molto, anche la cosa del mare che ritorna, in “Zama” è molto presente l’immagine di questo mare profondo, scuro, in cui si cade, lo diciamo in “Lungs”. Effettivamente potrebbe essere vista così, non era conscia ma ci può stare, è una bellissima lettura, la useremo sempre come risposta, me la segno (risate ndr). Se ci vuoi fare un’analisi di tutti i pezzi ti portiamo per fare le interviste al posto nostro.

Cover di “Guadalupe” – Marco Brancato

(Ma sta registrando? Se vuoi controllo. Sisi sta registrando.)

  1. Ora una domanda meno da pippa mentale: c’è una paura che vi portate dietro fin da piccoli? O una paura che avevate da piccoli e che avete superato?
  • Col fatto che siamo tanti ognuno ha il suo, forse questa è una cosa più da Rocco. Rocco hai ancora paura del mare? È più una paura dell’ignoto che del mare, stare in un ambiente che non conosci, è una metafora, che nasce da una paura reale. Penso di avere ancora paura del mare. Però magari da bambino le paure sono più precise, rivolte verso qualcosa di specifico, che poi magari in realtà è qualcosa di più grande e inconscio, tipo qui può essere la paura del mare che poi è in realtà la paura dell’abisso, quello dove sotto non vedi niente.
  1. Un brano titola Innaffiami le piante (“Water the plants”), il testo dice solo “mi hai promesso che l’avresti fatto. Un testo molto breve che però dice tantissimo e può essere interpretato in vari modi. Qual è il senso che avete voluto dare a questo “Annaffiami le piante / mi hai promesso che l’avresti fatto”? Se non ci fosse il titolo non si capirebbe il riferimento della canzone.
  • Ora nel brano lo diciamo ma all’inizio in effetti non c’era, sì l’idea era quella. Comunque Stefano questa è tutta tua, rispondi bene. Allora in tutto il disco c’è questo elemento delle piante, del prendersi cura del giardino, è un elemento preciso perché c’è una contrapposizione tra una parte che vuole viaggiare e una che invece vuole stare fermo e tornare a casa, le piante sono simbolo di questo, ti danno una risposta emotiva, è qualcosa della quale devi avere cura e soprattutto devi essere fermo, perché devi aver trovato casa per prendertene cura. Questo è il momento nella quale c’è un patto tra due persone che ti permette di muoverti, perché c’è qualcuno che rimane.
  1. Essendo cinque, pur avendo in comune molte idee sennò non potreste avere un progetto insieme, avete esperienze, caratteri, pensieri differenti: come fate a farli convivere, a renderli musica e a metterli in un testo?
  • Ce lo stiamo chiedendo anche noi. Prima li facciamo scontrare. Alla fine ci conosciamo da tanto tempo, sono almeno sette anni che suoniamo insieme, non con questo progetto, abbiamo iniziato nel 2012… (non esagerare), nel 2013 eravamo in tour eh. Fine 2013. Madò son sei anni raga. Io ero minorenne. Vabè sei anni son praticamente sette. Comunque è tanto tempo che suoniamo insieme, quindi c’è una certa confidenza. Abbiamo anche riconosciuto dei ruoli, per esempio la forma che esce fuori da Stefano e Rocco insieme è una forma che rappresenta tutti, quindi pian piano, definendo anche questo, riesci nella scrittura dei testi. Abbiamo cercato diverse soluzioni, per noi c’è quella di individuare in ognuno delle qualità che funzionano per tutti, oppure spesso facciamo litigare le nostre idee finché non combaciano. C’è un disperato tentativo di unanimità che è complesso ma ci riusciamo, però è dovuto anche ad anni di convivenza, di guerra e di amore.
  1. Cambiando discorso, avete partecipato alla serie “Tutto può succedere”, inoltre le vostre musiche saranno presenti nel cortometraggio di Alessio Lauria “A mezzanotte”: com’è stata questa nuova esperienza nel cinema o comunque sullo schermo?
  • È stata una bellissima sorpresa, sicuramente è strano, oltre al fatto di non aspettartelo ti trovi a fare cose che non pensavi, tipo quando ti dicono stai lì e vai in playback per noi è molto difficile, far finta di suonare con gli strumenti in mano, però in realtà è stato molto figo. A noi dove ci metti ci metti ci adattiamo. Sì non ci sconvolgiamo, alla fine tu chiedi e noi facciamo. Poi ci affascina questo mondo, a tutti noi piace il cinema…

(Non spoilerare. Mò ci arriviamo aspetta (risate ndr).

  1. Avete qualche regista o film in particolare alla quale vi piacerebbe fare da colonna sonora?
  • Tutti i film di Wes Anderson (risate ndr), questa era facile. Poi vabè anche qui come nella musica abbiamo gusti molto diversi. In musica poi ci conosciamo di più e conosciamo le cose che ci legano, abbiamo cose che ci legano con molta forza pur avendo mondi che si toccano poco. Suppongo che anche cinematograficamente sia così. Però effettivamente pensando a un film per la quale sarebbe ideale la nostra colonna sonora… tutti i film di Wes Anderson. Le cose hipsterine. Miyazaki forse… perché ci unisce come gusti, è un tipo di cinema che ci piace a tutti. Ma anche il regista di “Enemy” (“Enemy”? Ma chi?), anzi quello di mh… “Submarine”! Ne ha fatti tre di film, è una specie di Wes Anderson inglese.
  1. La vostra musica, molto intima, evocativa, la vedrei bene per la pubblicità di un’auto, sapete no, queste pubblicità che partono e non sai di che cazzo parla finché non finisce, e dici “figa peccato che è di un’auto che non mi posso neanche permettere”. La vostra musica sarebbe perfetta oltre al fatto che ha molte cose in comune: non la capisci finché non finisce ma intanto ti prende un sacco. Infatti i The XX vengono utilizzati e voi siete spesso paragonati a loro. Musica che in realtà è molto adatta per tantissimi momenti, tipo mentre viaggi, rende fighi anche momenti inutili, magari non stai facendo un cazzo, metti su una vostra canzone e pensi “minchia”. (Scusate per i prologhi che faccio). Ci sono dei momenti in particolare alla quale una vostra canzone si è legata? Positivi o negativi.
  • Dimitri ha qualcosa da dire sui The XX. In realtà i The XX non li abbiamo mai ascoltati, bellissimi pezzi ma non ci siamo mai andati in fissa, quando ci chiedono a cosa ci ispiriamo diciamo più gli Alt-j, gli Efterklang, Bon Iver, forse ci paragonano a loro per la presenza della voce uomo-donna. Però magari a fare la pubblicità di una macchina. Venendo alla domanda, tutti i brani di “Guadalupe”, in fase di scrittura, sono legati a dei momenti della nostra storia, ma dopo essere usciti… Forse ognuno ha il suo, Dimitri ha la sua sveglia… Però direi che l’andare in macchina sia la cosa che più accomuna tutti. Però non si lega a un pezzo in particolare, io ricordo molti momenti legati ad alcuni pezzi che però, come dire… me li ricordo ma non penso siano segnanti, tipo mi ricordo che una volta eravamo in furgone e provavamo tutti i cori di “Crowns”, e io me lo ricordo incredibilmente bene. Forse questa cosa la facciamo più con i pezzi degli altri.
  1. Sì di solito è così, però magari avete iniziato a odiare un vostro pezzo perché si è legato ad un momento negativo.
  • Odiarli avoglia (risate ndr). Di questo disco ancora no, ma i pezzi di “Zama” li odiamo non perché li abbiamo legati ad un momento, ma perché dopo un po’ li suoni così tanto che alcuni non li sopporti più. Poi suonando insieme per tanto tempo cambi, hai un’evoluzione, ma il disco ormai lo hai registrato, è quello lì. Tipo a me, ogni tanto, qualche amico per fare una cosa carina dice “dai metto Zama”, e io comincio a urlare. A me è capitato dal dentista, non potete capire, un’ora di inferno.
  1. Non vi chiedo le influenze musicali perché un po’ son state dette e poi ve le chiedono sempre… Ci puoi chiedere le influenze letterarie. È la seconda volta che anticipi la domanda. Ecco qui, influenze letterarie. Ve l’hanno già chiesto?
  • No non ce l’hanno mai chiesto. Allora ok ce l’ho: abbiamo ripreso molti testi che fanno parte di correnti religiose, molti miti, tutte cose occidentali. Ci siam voluti rifare un po’ a qualcosa che assomigliasse a una fiaba per bambini ma che avesse un significato e arrivasse un po’ più in alto. Quindi ci siamo rifatti a molte mitologie, al realismo magico, tendenzialmente a cose occidentali, mediterranee. Medievali ma anche molti miti greci, cose mitraiche, l’Odissea, qualcosa dalla Bibbia; da qui abbiamo preso alcune parti del linguaggio, che volevamo suonasse in questo modo perché pensavamo avessero delle radici radicate che, anche senza conoscerle, arrivassero a toccare delle corde.
  1. Neanche vi chiedo il perché dell’inglese, sicuramente odiate questa domanda. Vi chiedo invece se vi siete mai confrontati con un altro artista italiano che ha un progetto in inglese, sul come muovervi ad esempio, perché magari può essere più difficile in Italia ma potrebbe essere una buona mossa per l’estero.
  • Più che altro perché poi la risposta è piuttosto banale: perché sì. Comunque in realtà tutti i progetti che abbiamo incontrato che cantavano in inglese, pur essendo italiani, erano molto differenti sia musicalmente che come situazione… Anche se fa un’altra cosa, abbiamo parlato con Birthh… con i Bee Bee Sea, ci abbiamo suonato a Sondrio e dopo avevano un tour in Portogallo, erano stati in America… diciamo che noi abbiamo solo fatto una data fuori, a Bruxelles, ma era una situazione italiana, però abbiamo visto che fuori la situazione è molto comunitaria, è l’Italia ad essere confinata. Ci sono molti gruppi italiani che hanno voglia, e riescono anche a farlo, a uscire fuori, tipo Any Other, ci siamo confrontati col produttore, che è lo stesso del nostro disco, Giacomo Fiorenza, e lei è partita proprio dall’estero prima del tour in Italia. C’è anche tra coloro che cantano in italiano quella voglia di suonare fuori, e tra quelli che cantano in inglese, che ora stanno aumentando, ci sono gruppi molto validi, quindi forse si potrebbe creare una direzione seria e realistica per poter portare questa musica da qualche parte. E sembra ci sia un bel fermento.
  1. Venendo al lato grafico, dischirotti. ci tiene molto a questo aspetto, c’è Marco Brancato che si occupa di voi sia dal punto di vista delle cover che da quello dei video. Come sono nati i concept alla base dei lavori? Il suo stile sembra nato apposta per voi, ancestrale ed evocativo come i vostri brani, è una coincidenza o è voluto?
  • Oggi viene. Lui è stato coinvolto da subito, da quando è partito il progetto Mòn, lui era già i nostri occhi, lo abbiamo trovato già prima di trovare l’etichetta, abbiamo registrato in studio, abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo ed è nata la collaborazione, ha fatto il primo video, quello di “Lungs”. All’inizio ha avuto molta carta bianca, quasi mai li diciamo “questo no”, “che non va bene”, ed è strano perché noi siam molto difficili da metter d’accordo, ma lui ha questo talento. Per il secondo disco ne abbiamo discusso un po’ di più, li abbiamo detto come noi potevamo vedere una certa cosa… poi lui ha preso molto dai testi, ci sono molte immagini presenti nei testi che lui ha utilizzato sia nelle grafiche che nei video, però sono i suoi occhi. Noi eravamo in un momento in cui cercavamo qualcuno che si occupasse della parte estetica, sapevamo già di volere un illustratore, fare illustrazioni e animazioni, poi è capitato lui, qui a Bologna, e ci siamo trovati, sia prima come gusto che poi parlandone. Ci siamo trovati anche in termini di crescita e cambiamento.

(Ragazzi tra 5 minuti la cena è pronta. Ah ok bomba).

  1. Consigliate una copertina. Facciamo una a testa e una in comune. (Discussione infinita dalla quale sono uscite le seguenti):
  •   Carlotta: Mount Kimbie – Cold Spring Fault Less Youth
  •   Stefano: Bill Evans – Undercurrent
  •   Michele: King Crimson – In the Court of the Crimson King
  •   Dimitri: Massive Attack – Heligoland
  •   Rocco: Efterklang – Piramida
  •   Tutti: Beirut – Gulag Orkestar

(C’è da mangiare. Che bello. Tanto è l’ultima raga. Ah dai vai con l’ultima).

  1. Roma è una delle piazze più stimolanti dal punto di vista artistico, escono un sacco di progetti ogni giorno: quanto ha influito essere di Roma sul vostro percorso? E com’è cambiata negli ultimi anni? Dal punto di vista sia artistico che sociale.
  • Al 100%. Anche per il discorso della gavetta, è fin da piccoli che suoniamo nei pub, nei locali, nei centri sociali. Roma ti offre delle realtà di qualsiasi dimensione, quindi trovi sia il pubbetto che fa suonare anche i ragazzi di 16 anni… E in più per noi è stata una bomba anche per trovare le persone con le quali lavorare, per esempio ad una serata a Roma abbiamo trovato la nostra booking. Anche se, a livello artistico, Roma non è fertilissima, almeno per ciò che più ci è affine, ma magari è anche un pro, perché può essere più facile emergere. Però per trovare persone, conoscere, è perfetta. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda: noi a livello musicale, ma lo fanno tutti, definiamo la scena in pre-calcutta e post-calcutta. Poi a Roma è più forte questa cosa. (Oh ma a me no cazzo questa cosa di Calcutta). In generale si è persa un po’ la cultura dei centri sociali che un tempo era forte, diciamo che si è un po’ infighettita dal punto di vista dei club e dei locali, e questo ci ha cambiato abbastanza, anche a livello di gusti. I centri sociali li stanno chiudendo tutti e se non hai soldi ora non puoi entrare ad un concerto e non ti puoi appassionare a una cosa alla quale magari ti saresti appassionato. E in più non c’è neanche quel messaggio sociale che era importante. Ma questa non è una cosa solo di Roma, è molto italiana.
  1. Va bene, abbiamo finito. Spero vi siate divertiti, in bocca al lupo per stasera.
  • Daje grazie. È stato figo. Scusa se siamo caotici (risate ndr).

Foto sfocata per rispecchiare la situazione. P.S. Il live è andato bene e i ragazzi hanno spaccato come sempre.