Mangroovia – (We Do Need This) Italian Groove Thang

mercoledì, 27 Marzo 2019 | Blog, Intervista | di

I Mangroovia sono una band Synth Pop/ Neo Soul nata a Bologna nel 2015. Elemento distintivo dei Mangroovia è il groove, in continuo movimento tra visceralità e immaginazione. A quattro anni dalla loro formazione, “Mangroovia” è la prima produzione ufficiale. Abbiamo chiesto loro di raccontarci il loro percorso artistico fino ad oggi, dove originalità e cultura giocano un ruolo fondamentale.

Il vostro primo EP Mangroovia esce a 4 anni di distanza dalla vostra formazione nel 2015. Come mai tutto questo tempo, e cosa vi ha portato a dire “il momento è ora”?

Semplicemente il tempo necessario per raccogliere le idee ed essersi potuti conoscere al meglio come musicisti. Oltretutto abbiamo tutti esperienze differenti e anche se abbiamo gusti musicali molto simili fra di noi, abbiamo dovuto col tempo raggiungere una linea di pensiero comune nel gruppo.

Il primo anno e mezzo all’incirca lo abbiamo speso per suonare per lo più in giro e stavamo capendo ancora cosa sarebbe uscito fuori dal progetto. Oltretutto inizialmente non eravamo ancora “completi”: all’inizio eravamo in tre, Vincenzo Destradis (voce), Simone Pizzi (Piano,Synth) e Vincenzo Messina (batteria); poi si è inserito Filippo Bubbico al Bass Synth che nella sua breve permanenza ci ha dato molti spunti compositivi; quando poi se ne è dovuto andare Filippo, Vyasa Basili lo sostituisce come vero bassista. Con tutti abbiamo stretto una grande amicizia

L’EP raccoglie i primi brani da voi composti e, prendendo il titolo dal vostro nome, si attesta come una presa di posizione rispetto a quella che è la vostra identità. Cosa vi lega ai brani presenti nell’EP e come pensate essi rappresentino al meglio i Mangroovia?

In comune hanno che sono brani scritti tutti nello stesso periodo ma ognuno di loro ha una storia diversa. Arise ad esempio faceva parte di un altro “concetto” di musica: erano melodie inserite in un contesto musicale più complesso, progressive. Poi scocciati dalla troppa complessità abbiamo smontato il brano e lo abbiamo concretizzato in Arise, appunto. Con Zanzare abbiamo l’impronta rimanente di un’idea di Filippo Bubbico con il testo, unico in italiano, creato da Vincenzo Destradis. Poi ci sono certi brani come Golden Cage, particolarmente efficace come brano sia in live che in registrazione, che sicuro non ci verranno mai a noia.

In generale tutti i brani ci rappresentano attraverso la forte presenza del groove di fondo, che ha certe origini dalla musica Americana Nu Soul ed R&B e non di meno ad una particolare attenzione alle linee melodiche spiccatamente Europee, non trascurando certi dettagli provenienti dal mondo Rap ad esempio.

Come definireste il vostro genere? Quali sono le vostre influenze principali?

La nostra Musica lega diversi generi e stili dal bit all’ hip hop dalla Dance al Soul, fino a toccare la psichedelia e collocando il tutto in un prodotto, il più possibile, popolare. Sicuramente non si può definire in linea generale.

Guardando soprattutto ai nostri giorni ci vengono in mente artisti come Thundercat, Gotye, J dilla, Tame Impala, Little Dragon…Un elenco sicuramente non eterogeneo!

Vincenzo Messina e in maniera simile Vyasa Basili (Bassista) hanno una vena ritmica Filo- americana, vengono in mente gli Hiatus Kaiote o Robert Glasper Experiment.

Poi ci sono Simone Pizzi e Vincenzo Destradis (rispettivamente tastiere/Synth e Frontman) se il primo proviene da una formazione più̀ classica Europea, ispirato molto anche dal filone Indie/Rock internazionale, il cantante ha tendenze incentrate più̀ sull’ R&B e il Soul.

L’originalità come filo conduttore del vostro percorso musicale si ritrova molto spesso nelle vostre dichiarazioni. A cosa attribuireste la vostra originalità dal punto di vista musicale?

Uno dei più importanti elementi conduttori che porta all’originalità ed alla qualità di un prodotto è la cultura. Abbiamo tutti studiato parecchio sia il proprio strumento che la storia della musica del mondo e degli artisti che lo hanno accompagnato. Poi bisogna avere una spiccata curiosità e avere l’urgenza di creare qualcosa in quanto si è spinti per attitudine a generare la propria arte. Poi la collaborazione: non è facile mettersi d’accordo sulle idee, ma quando ci si riesce vuol dire che c’è una certa sintonia. Viene da dire che trovare anche le persone giuste al momento giusto sia fondamentale.

E invece da un punto di vista di contenuti, di testi? Il vostro EP tratta temi differenti da scelte e visioni di vita, a esperienze di vita attuali, al legame con la propria terra natale…

Dal punto di vista testuale non c’è un indirizzo bene definito (un livello contestuale aggiungiamo). Scriviamo spesso in base a come è il mood del brano. Ci teniamo molto in questo senso ad esempio ad elaborare personali riflessioni che si sviluppano appunto viaggiando con la mente per immagini. È anche per questo che il testo generalmente si scrive dopo aver creato un brano.

Con questa affermazione di originalità volete distanziarvi da una musica italiana indipendente sempre più mainstream?

Il nostro obiettivo è quello di proseguire con le nostre idee istintive, quello che ci viene più naturale fare. Ci distanziamo dal Mainstream quello sicuramente. L’esplosione della Trap, l’Urban… sono generi che ora vanno molto in Italia e sinceramente non apparteniamo a questo tipo di musica.

Quali sono secondo voi i principali punti deboli, se ci sono, della musica italiana attuale? Quali sono le sue caratteristiche dalle quali volete prendere le distanze?

Ci sarebbero davvero tante cose da dire. C’è poca profondità in generale nella musica Italiana. Non c’è, molto probabilmente volutamente dall’alto, una spinta creativa ad una qualche evoluzione, non per forza puramente di genere ovviamente (difficile oggi fare un passo da giganti come lo si poteva fare 50 anni fa). Ma anche solo stilistica. Non c’è sicuramente una spinta creativa come poteva esserci decenni fa. Ad esempio molti elementi del campo artistico importanti ci hanno parlato del modo in cui oggi le case discografiche si concentrino ad investire per artisti sui talent e quindi in maniera particolare nelle televisioni. Spesso queste persone non hanno grandi esperienze, si ritrovano, magari per grazia di una bella voce o perché persone apprezzate particolarmente per la loro estetica ad avere il grande pubblico per poi finire pochi mesi dopo nel dimenticatoio. E magari chi riesce ad ottenere qualche risultato ottiene soltanto le lodi, sì, da un bacino di utenza elevato, ma la maggior parte di cui non se ne infischia niente di andare ad un concerto. Prendiamo le distanze dai Talent Show sicuramente e da tutta quella musica che obiettivamente ha uno scarso valore culturale.

A livello musicale e di contenuti vi indentificate maggiormente dunque in un contesto italiano o internazionale?

Tutto quello che abbiamo detto fino ad ora non esclude che non si possa coinvolgere anche il pubblico Italiano. Lo incominciamo a fare quest’anno in maniera più importante e ci proveremo con sempre più forza. Ma nel complesso non dimentichiamo molto facilmente che l’estero sia e sarà molto probabilmente la tappa più importante in futuro. D’altronde non serve un genio per capire che la nostra musica è di per sé internazionale, a tutti gli effetti.

Questo ve lo chiedo anche perché la maggior parte dei brani dell’EP (tutti tranne zanzare) è cantato in inglese.

Infatti non a caso per il tipo di scrittura che abbiamo e, perché no, di gusto, l’inglese è la lingua che più si appropria alle nostre composizioni. Zanzare ad esempio è un brano molto “leggero” e non ci abbiamo pensato neanche un secondo a scrivere il testo in Italiano: il rapporto con la terra natale (in generale il Sud) di origini non bolognesi e la relazione di amore odio con essa.

Un concetto a cui sono particolarmente legata e sul quale mi piace discutere è quello di retromania, secondo cui la musica ha smesso di evolversi. Siete d’accordo con questa visione?

La musica ha smesso di evolversi. Sì, sembrerebbe che l’evoluzione incessante che si è protratta fondamentalmente fino agli anni ‘80 sia molto più lenta se non cessata. Non sappiamo ancora se è un inevitabile processo ma quello che è certo è che l’arte non è un elemento limitato. Ognuno di noi è diverso, ha idee diverse e se ci fosse più cultura fra le persone, meno omologazione, più indipendenza e curiosità la musica soprattutto in Italia avrebbe dei risvolti diversi. Siamo d’accordo quindi non c’è dubbio. Dipende fondamentalmente dall’istruzione e dal mercato. Il mercato che sceglie inevitabilmente di mantenere uno standard di produzione in base a quello che piace generalmente ascoltare e consumare. Non ci sono investimenti da parte delle aziende che danno grandi possibilità a chi si esprime per conto proprio in maniera libera e profonda, guai alla controtendenza!

In poche parole c’è troppa superficialità tra le persone soprattutto dovuta alla mancanza di attenzione fisiologica dove la tecnologia moderna ci ha portato.

Se la conoscenza è importante per capire cosa possiamo diventare, è importante anche, per dare forma ad una propria originalità che duri nel tempo, essere più empatici, più intuitivi avere la mente libera non oberata da mille cose e saper riconoscere e apprendere quali sono stai i lati positivi del passato. Pertanto oggi la tecnologia in campo musicale ci aiuta moltissimo a semplificare, ma a quale prezzo?

All’interno della vostra formazione non è presente la chitarra. Come questo ha influito nella registrazione dell’EP?

Diciamo che non è stata troppo calibrata come scelta. Siamo 4 persone che suonano determinati strumenti, non c’è la chitarra? Si fa lo stesso! In alcuni brani a volte la sentiamo questa mancanza, quindi abbiamo dovuto sopperirla con qualche ritmica in più con i sintetizzatori ad esempio.

Pensate di introdurla in futuro?

Si infatti. Questo non toglie che un giorno si possa aggiungere un quinto elemento e dar sfogo ad altre sonorità.

Seppur provenienti da città diverse, Bologna è ora la vostra (seconda) casa. Ritenete che Bologna vi abbia aiutato? In generale come pensate che Bologna influisca sulla scena amusicale italiana?

Bologna è una città economica e non troppo caotica. Quindi sì, come città ci ha aiutato anche se le opportunità di suonare qui si sono limitate leggermente. In ogni caso siamo stati fortunati ad avere una sala prove tutta per noi, nella cantina di Vincenzo Messina (batterista) e chi sa se dipende solo dal fatto che siamo in una città del genere.

Bologna è una città piena di studenti, quindi è anche più facile raggiungere un certo tipo di pubblico, soprattutto in quanto i giovani provengono un po’ da tutta la penisola.

Noi di dischirotti siamo molto interessati a veicolare la musica anche attraverso l’elemento grafico. Qual è il significato della copertina del vostro EP e come è nata l’idea?

La copertina, creata e concepita da Lucia Olivieri, racchiude il significato che ha per noi questo disco e descrive il motivo anche del titolo. Il disco non è un concept ma vuole racchiudere i primi lavori di questi anni di scrittura e di Live. È un modo per dire noi ci siamo. E la maniera più efficace per esprimerlo è stata mettere noi all’interno della copertina.

Vi chiedo infine di farci da portal band: suggeriteci un album che vi ha colpito per la sua copertina.

Viene in mente “Malibu” di Anderson Paak! Copertina con moltissimi dettagli!