Phresoul: il trio italo-inglese che sfugge dalle classificazioni | intervista

martedì, 28 Maggio 2019 | Artisti, Blog | by

Phresoul è un progetto del trio italo-inglese composto dal contrabbassista David Paulis, il batterista Enrico Truzzi ed il tastierista Charlie Stacey.  In “The Word Was Made Phresh”, nuovo lavoro del gruppo pubblicato lo scorso 22 marzo sulla nuova etichetta Hyperjazz di Raffaele Costantino (Dj Khalab), possiamo cogliere a pieno la maturazione del progetto.

Il ben strutturato Metempsychosis, primo lavoro della formazione risalente al 2016, risultava facilmente catalogabile come appartenente al mondo jazz. Con l’ultima uscita l’intento del trio pare essere quello di sfuggire dalle definizioni fondendo elementi di jazz, elettronica, rock e hip-hop. Non si può che rimanere ipnotizzati di fronte al risultato, un alternarsi di progressioni di suoni acidi ed improvvisazioni noise.
Per capire meglio la storia e le intenzioni della band ho deciso di intervistarli prima della loro data bolognese al Parco del Cavaticcio di Bologna. Di seguito trovate un resoconto di quello che ci siamo detti.

Ciao ragazzi! Innanzitutto, grazie per aver accettato di fare quattro chiacchiere con noi!
Figurati!

So che David ed Enrico sono italiani, mentre Charlie è londinese. In che circostanze vi siete conosciuti? Quali sono stati i motivi che vi hanno spinto a creare un progetto musicale insieme?
DAVID: Nel 2015 mi sono messo in contatto  con Charlie grazie ad un amico chitarrista di Verona che da qualche anno abita a Londra. La mia intenzione era quella di creare una collaborazione estera e in Charlie abbiamo trovato il giusto appoggio per iniziare il progetto.
Il primo repertorio proposto al pubblico era prettamente jazz, composto sia da brani originali scritti da me e Charlie, sia da alcuni standard jazz ri-arrangiati a modo nostro.
ENRICO: Le prime tre date del gruppo erano state organizzate in Inghilterra, ma poco prima di partire dall’Italia mi sono ammalato. David e Charlie hanno dovuto trovare un sostituto. Poi nel 2016 abbiamo organizzato un tour italiano di dodici date con la formazione ufficiale e abbiamo deciso di cambiare sia il nome che le dinamiche interne del gruppo. Prima ci chiamavamo “Charlie Stacey trio” e ora “Phresoul”.

Il nome del gruppo è abbastanza particolare. Come è nato? Che significato gli avete attribuito?

CHARLIE: Il nome è stata una mia idea! Ha molti significati legati alla pronuncia e ai giochi di parole che si creano, quindi cercherò di spiegarti nella maniera più chiara possibile come sono arrivato a scegliere questo nome. Un giorno ero in macchina con degli amici e ci ha sorpassati un’auto con la scritta “Free soul” attaccata sopra alla targa. Dato che stavamo pensando di cambiare nome al gruppo ho pensato che quelle due parole rispecchiassero la nostra libertà espressiva e l’impulsività nel comporre.

Il secondo significato è riferito alla figura del sole, dato che “Phre” è il nome egiziano del dio del sole e la parola latina “sol” significa sole.

Il terzo significato riguarda invece la nostra formazione: la pronuncia della parola può ricordare il numero “Three”, come i membri del progetto e “soul” letto come “solo”, unico. Tutto ciò per indicare che noi tre formiamo un unico organismo, un unico corpo che si muove in simbiosi.

Parliamo un po’ della vostra musica! “The Word Was Made Phresh” è il vostro ultimo lavoro ma dall’album d’esordio a questo EP avete avuto diverse esperienze interessanti. Vi va di raccontarci qualcosa riguardo ai vostri progetti paralleli e se questi hanno influito sul sound del disco o se al contrario avete deciso di cambiare radicalmente direzione?
CHARLIE: Mentre registravamo i brani per il nostro album sono riuscito ad inserirmi nel panorama musicale londinese ed ho iniziato a collaborare con artisti del calibro di Rocco Palladino, Nubya Garcia, Mansur Brown e soprattutto Yussef Dayes, con cui sono attualmente in tour. Essere costantemente al fianco di musicisti di questo calibro mi ha dato qualche sicurezza in più e mi ha permesso di sviluppare una forte maturità musicale.
DAVID: Io ho altri due progetti attivi: uno è Dear Ornette, con cui faccio alternative rock strumentale, mentre l’altro è Ukita, con cui suono jazz. Il mio approccio nei vari progetti è diverso ma sicuramente mi porto sempre appresso qualche idea che magari non ho potuto sviluppare con altri.
ENRICO: Anche io ho alcuni progetti alle spalle ma cerco di mostrare in ogni gruppo delle sfaccettature diverse. Nasco come batterista rock, quindi sono consapevole che nel suonare si senta spesso questa mia attitudine.

Ascoltando l’EP ho avuto modo di notare che ognuno di voi ha un approccio diverso, perciò ho dedotto che abbiate background musicali diversi tra voi. Quali sono i vostri ascolti più frequenti?
DAVID: Si! Musicalmente siamo abbastanza diversi ma cerchiamo di trovare un linguaggio che ci permetta di sfruttare in maniera efficace le nostre differenze. Ognuno di noi ascolta generi differenti ma abbiamo tutti e tre una formazione jazz, quindi spesso le composizioni si rifanno a questo genere.
ENRICO: Ciò che caratterizza la nostra musica è soprattutto l’improvvisazione perché involontariamente permette di creare delle sfumature sonore difficilmente classificabili e di conseguenza un sound personale ed istintivo.

Ci sono artisti che vi sentite musicalmente di ringraziare per avervi aiutato a trovare la vostra strada?
DAVID: Io ed Enrico nel 2017 abbiamo fatto qualche data con il produttore romano Panoram (ora tastierista degli Amen Dunes, ndr). Lui ha consigliato qualche nostro pezzo a Raffaele Costantino che ci ha suonati su RaiRadio2 e successivamente ci ha proposto di far uscire i nostri brani per la sua etichetta. Uno dei musicisti con cui abbiamo avuto l’onore di suonare è Knoel Scott (sassofonista della leggendaria Sun Ra Arkestra). È una persona squisita, nonché un’artista ammirabile. Ci ha fatto crescere sia come persone che come musicisti ma sopratutto ci ha aiutato a raffinare i suoni e a trovare la giusta ispirazione per il disco.

Immagino sia difficile potersi trovare spesso dato che due di voi sono italiani e Charlie è spesso in tournée o a Londra. Come prendono vita i vostri brani? Ognuno elabora le sue idee e poi cercate di combinarle oppure costruite i pezzi in studio quando siete tutti insieme?
DAVID: Spesso sviluppiamo idee per conto nostro e quando abbiamo la possibilità di trovarci per suonare insieme cerchiamo di estrapolare il meglio delle composizioni ed unirle nella maniera che riteniamo più opportuna. Però, avendo l’improvvisazione un ruolo chiave, alcune idee nascono jammando in sala prove. Il nostro ultimo lavoro è frutto di un processo lungo ma che per fortuna sta dando buoni risultati. Stiamo pensando di far uscire un album prossimamente quindi questo EP può essere considerato come un biglietto da visita.

Le ultime domande sono i cosiddetti “classici” di dischirotti. : c’è un disco che vi sentireste di consigliare o che vi accomuna?
CHARLIE: Ci sono almeno tre dischi che ci accomunano. “Finding Gabriel” di Brad Mehldau, “You’re dead” di Flying Lotus ma soprattutto Bitches Brew di Miles Davis perché è il disco che ci mette più d’accordo.

Dato che il nostro blog si concentra molto sull’aspetto grafico, potreste spiegarci com’è stata pensata la vostra copertina? Chi ci ha lavorato e che significato ha?
ENRICO: Sinceramente non abbiamo prestato troppa attenzione alla grafica del disco. Volevamo qualcosa che rimandasse alle diverse sfumature sonore che caratterizzano il nostro progetto. Dopo aver parlato con i nostri responsabili, l’etichetta si è affidata alla grafica Azzurra Visaggio per poter elaborare delle idee. Dopo la presa visione di alcune grafiche abbiamo unanimemente scelto questa.

Grazie mille e in bocca al lupo per il concerto di stasera!